G7, come troveremo il pane per sfamare tutta questa gente?

G7, come troveremo il pane per sfamare tutta questa gente?

Non arrivano buone notizie dalla Giornata mondiale dell’Alimentazione, organizzata dalla FAO il 16 ottobre. Per la prima volta in un decennio, infatti, la fame nel mondo aumenta, investendo 815 milioni di persone. Vale a dire l’11% della popolazione mondiale. Si soffre la fame per gli shock climatici, ma anche per il continuo espandersi di conflitti. Problematiche, queste, legate a doppio filo con l’emergenza immigrazione.

L’evento della FAO arriva a poca distanza da un altro meeting. Quello del G7 dell’Agricoltura, che si è svolto a Bergamo nei due giorni immediatamente precedenti. Gli obiettivi licenziati a Bergamo, sostiene il ministro Martina, riguardano “500 milioni di persone fuori dalla fame entro il 2030”. Il tutto, sfruttando la cooperazione agricola, nel “solco di Taormina” e nella più ampia “cornice Fame Zero dell’Onu”. Si parla di “aumentare gli sforzi per favorire la produttività sostenibile in particolar modo in Africa”, di “condivisione di buone pratiche”, ma non si entra nel dettaglio.

L’impressione è, dice Marco Perduca in un suo editoriale sull’Huffington Post, che la dichiarazione di Bergamo contenga “poca roba e quella che c’è o è stata mal presentata agli americani o è “lost in translation””.

Nella dichiarazione, in particolare, si parla di “inserire, sostenere a transizione al modello agricolo biologico fra le strategie messe in campo dalle politiche agricole dei Paesi, per conciliare sostenibilità economica, ambientale e sociale e favorire un’economia circolare”.  

Un modello, quello biologico, che – scrive Perduca – difficilmente si adatta ad economie come quelle del Sud-Est Asiatico o del Sud America . Così come appare ambizioso raggiungere l’obiettivo preposto in tredici anni solo attraverso le “buone pratiche” legate al biologico.

Nella stessa Italia, che è leader nel settore agroalimentare di lusso, la coltivazione di prodotti biologici è al 12% in termini di superfici coltivate. Si può, dunque, pensare – continua Perduca – di riuscire a sfamare 500 milioni di persone in qualche anno rendendo autosufficienti economie in via di sviluppo “a forza di 10%”? C’è, poi, un altro nodo che riguarda il bio: la complicazione dovuta alle costanti certificazioni della filiera.

Secondo Perduca, dunque, due sono le direzioni da intraprendere per combattere la fame nei paesi in via di sviluppo: “trovare soluzioni pacifiche a conflitti armati” e arrestare “politiche che non tengono in alcun conto il riscaldamento tellurico”.

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