Chi gode dell’attacco all’agricoltura?

Chi gode dell’attacco all’agricoltura?

Lo scollamento fra il mondo della produzione agricola e il resto della società provoca gravi conseguenze. Spesso gastronomi, santoni, consulenti improvvisati, associazioni varie, giornalisti, supermercati lo cavalcano spregiudicatamente per trarne benefici economici e visibilità. La strategia comunicativa è quella che vuole il cibo legato al bel tempo che fu, ma dietro questo alone fané ci sono campagne di marketing.

Siamo lieti di ospitare il commento di Deborah Piovan, che invece ci riporta alla realtà di cosa abbia voluto dire agricoltura ieri, di cosa accada oggi in Italia e del domani necessario perché un paese come il nostro non continui a perdere il treno dell’innovazione e della competitività.

Attacco all’agricoltura, chi ne beneficia?

Grazie all’applicazione della biologia molecolare e al miglioramento genetico oggi i ricercatori possono ottenere piante che tollerano la siccità, o la salinità del terreno, o che si difendono da sole dagli attacchi di funghi patogeni e virus, ecc. Tutte applicazioni che permettono di risparmiare acqua, suolo, trattamenti chimici, e di ottenere prodotti più sani e più abbondanti.

Per esempio, fra i prodotti già disponibili c’è un mais che non ha bisogno di insetticidi, il mais Bt OGM. Oggi però non è consentito coltivarlo in Italia. Un assurdo, visto che ne importiamo in grandi quantità poiché più sano del nostro e lo utilizziamo per produrre i formaggi e i prosciutti del famoso Made in Italy.

C’è un profondo scollamento fra il mondo della produzione agricola e il resto della società. Le conseguenze di questo sono gravi. Molti cavalcano questo scollamento per trarne beneficio economico e visibilità: gastronomi, santoni, consulenti improvvisati, associazioni varie, giornalisti, supermercati. L’immagine del cibo legato ai bei tempi andati ci viene propinata ovunque, vende che è una meraviglia. Ma è fumo e marketing. Le aziende agricole non sono come quelle che si vedono nelle trasmissioni tv del fine settimana: sono luoghi di lavoro dove si fa impresa, si applicano tecnologie, si produce il cibo più sicuro al mondo, i dati e le analisi lo provano. Eppure la gente ha paura, non si fida.

Per capire il rapporto fra agricoltura e innovazione dobbiamo fare qualche passo indietro, ricordare come coltivavano i campi i nostri nonni e i loro nonni prima di loro. E’ bene farlo, perché la mia impressione è che si tenda a pensare che si sia sempre “fatto così” e che invece oggi gli agricoltori abbiano l’assurda pretesa di adottare pericolose innovazioni. Il prodotto era forse più sano allora? Affatto: insetti e funghi causavano spesso uno scadimento della qualità della merce.

Gli agricoltori sono sempre stati alla ricerca di innovare i loro prodotti e il loro processo produttivo. La meccanizzazione ci ha aiutato a velocizzare le operazioni colturali. Grazie alla chimica non dobbiamo più zappare a mano per togliere le erbacce che soffocano i nostri raccolti. Oppure con l’utilizzo di mappature GPS otteniamo un’agricoltura di precisione e possiamo dosare con grande attenzione i fertilizzanti in funzione del tipo di terreno e delle esigenze nutrizionali della coltura. E da quando l’uomo è agricoltore ha sempre manipolato il genoma per migliorare le piante.

Settant’anni fa un agricoltore sfamava sei persone, oggi cinquanta; un ettaro di terra all’epoca produceva cibo per due persone, oggi per quattro e mezzo: tutto questo grazie all’innovazione e alla genetica.
Se consideriamo il ritmo a cui cresce la popolazione, capiamo che dobbiamo produrre di più senza aumentare la pressione sull’ambiente. Non c’è che una risposta a questa difficile sfida: innovare.

La parola innovazione suscita una reazione favorevole nell’opinione pubblica, l’idea stessa è accattivante. Ma quando si tratta di cibo e agricoltura si alza immediatamente un muro: no, quello non si tocca. Come se fino a ieri non si fosse innovato. Come se quello fosse un settore produttivo che deve restare ancorato al passato.

L’idea si è talmente radicata nell’opinione pubblica che la politica è costretta a inseguirla. A suon di proteste e di raccolte firme, che hanno il solo scopo di dare grande visibilità a chi le organizza, si impedisce a un settore intero di innovare.

Invece dalle biotecnologie possono venire molte interessanti innovazioni per l’agricoltura. Si tratta di una nuova rivoluzione verde che deve coinvolgere la società tutta in un processo conoscitivo; l’obiettivo è di produrre di più, di ridurre l’impatto ambientale e di migliorare ulteriormente la sanità dei prodotti. Dobbiamo aprire le porte delle nostre aziende e dei centri di ricerca alla società, condividere con essa le sfide per un’agricoltura sostenibile.

E’ necessario che agricoltori, ricercatori e società ritrovino un dialogo basato su reciproca fiducia. Ne trarremo tutti un grande beneficio.

 

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Fondata nel 2002 da Luca Coscioni, un economista affetto da sclerosi laterale amiotrofica scomparso nel 2006, è un'associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità l'affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l'assistenza personale autogestita, l'abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la ricerca sugli embrioni, l'accesso alla procreazione medicalmente assistita, la legalizzazione dell’eutanasia, l'accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.

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